Canuto Dario/ Aprile 15, 2020/ Avvidi e bandi, Covid

“Siamo tutti sulla stessa barca e ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo ma solo insieme.” È il monito lanciato da Papa Francesco nella piazza San Pietro vuota e sotto gli occhi di tutti gli uomini e le donne del mondo. (AGI, 30/03/20) Nella crisi del coronavirus, nessuno si salva da solo. “Non ci serve uscire bene dalla crisi se gli altri Paesi non fanno altrettanto”. Lo afferma Achim Truger, uno dei cinque ‘saggi’ per l’economia tedesca, che oggi hanno presentato un rapporto sulla situazione economica generale a fronte della crisi innescata dalla pandemia. “È importantissimo che le misure colte a salvaguardare la salute e quelle economiche siano concordate” dai vari Paesi colpiti dal coronavirus.

1. PREMESSA
La nostra regione, terra di Lombardia, in queste settimane ha registrato il triste record di essersi collocata tra le prime zone a livello mondiale (almeno sino ad oggi) per aver pagato uno dei prezzi più alti (in termini di decessi registrati e di contagiati) a questa pandemia causata dall’infezione da COVID-19. La Lombardia, specie in alcune province e con altre regioni del Nord, è stata attraversata da questa immane tragedia che ancora non volge al termine e che soprattutto ci rende ancora faticoso (anche se sarebbe assolutamente necessario) immaginare come potrà riprendere la vita successivamente alla fase più acuta di diffusione del contagio da coronavirus. Come sempre nelle grandi tragedie, più che nella prevenzione di terremoti e catastrofi e disastri ambientali di ogni genere – ammesso che in questo caso fosse possibile -, noi italiani esprimiamo il massimo delle nostre migliori qualità una volta che questi eventi sono avvenuti, ed è lì che esprimiamo infatti il massimo della solidarietà e della disponibilità sino al sacrificio personale. Crediamo che la solidarietà, e il sacrificio vissuto anche a prezzo altissimo, di tutti coloro che fanno parte o si sono stretti intorno allo straordinario sistema sanitario lombardo, e a quello già presente e/o reinventato delle reti di aiuto alle “vecchie” situazioni di fragilità, oltre che alle “nuove” che questa evenienza ha e sta cominciando a creare, non possa essere vanificato già oggi e nelle prossime cruciali settimane. Crediamo che deve guidarci la chiara consapevolezza, oggi più che mai, ma ancor di più nell’incerto domani e dell’ancor più indefinito dopodomani, che NESSUNO SI SALVA DA SOLO, sia esso donna o uomo, famiglia, comunità, società civile, formazioni intermedie, imprese, aziende, istituzioni, dalla più prossima e in prima linea con i nostri cittadini il Comune, alla Regione, allo Stato, all’Europa che speriamo batta un colpo, fino alle Organizzazioni internazionali. Crediamo che il sistema di welfare non può in assoluto, già in questa prima fase di emergenza “totale”, correre il rischio di non reggere; soprattutto deve essere messo in condizioni di tenere allo stesso modo e nella stessa misura in tutte le parti, che hanno contraddistinto in questi decenni il sistema lombardo di welfare di comunità. Ancor più ci sentiamo di dire che non può correre il rischio di non essere all’altezza della fase nuova che si aprirà per tutti gli attori.
Con questo documento vogliamo esprimere da un lato le nostre preoccupazioni, dall’altro proporre riflessioni che guardano già all’oggi e cercano nel contempo di indirizzare ed esprimere proposte per il futuro più prossimo e quello a medio-lungo termine e che meglio potrà temporalmente definirsi forse nelle prossime settimane con la cosiddetta “riapertura”.
È anche un tentativo di delineare un passaggio e di offrire un contributo culturale, per affrontare dal nostro sguardo l’attuale fase di emergenza e quella di ripartenza, individuando i principi irrinunciabili che devono guidare queste fasi, affinché tutti i protagonisti del welfare lombardo, compreso il sistema delle aziende sociali, “rimangano vivi” in questa fase per poter esser ancor più pronti in quella di “riavvio” del sistema.

2. NeASS LOMBARDIA
2.a. Cosa è oggi la Rete NeASS Lombardia NeASS è una rete di 36 Aziende dei Comuni lombardi che gestiscono servizi sociali, sociosanitari, socioeducativi, servizi al lavoro, agenzie sociali per la casa e l’abitare, interventi di contrasto alla povertà e progettualità di vario tipo (tratta, conciliazione, povertà educativa, welfare di comunità…). Le aziende gestiscono interventi e servizi per conto dei Comuni associati, di cui sono esattamente lo “strumento” della gestione, sia in forma diretta (make) che con acquisto da terzi (buy). Gestiscono soprattutto il sistema integrato di interventi e servizi in una logica di partnership (with) con i diversi interlocutori delle proprie comunità, rappresentati da tutto il variegato mondo del Terzo settore in primis e da tutte le organizzazioni intermedie di cui è ricchissimo il nostro patrimonio nazionale e soprattutto lombardo. (dato 2019 Lombardia – le associazioni non profit 53mila registrate, oltre un milione di aderenti attivi per un dato lombardo che rappresenta il 16% del totale italiano con la presenza più forte di associazioni attive e di volontari; dato 2019 Euricse/Istat cooperazione sociale 1.500 su un tot. di 14.000 circa a livello nazionale e con 70.000 addetti su 380.000).
Quella di NeASS è una storia di oltre 10 anni, che coinvolge nella nostra regione oltre 500 Comuni lombardi che hanno deciso prima di unirsi in con-sorzio (etimologicamente “partecipare alla stessa sorte”), come patto che insieme si stipula per voler condividere le sorti e il futuro di un territorio, e poi costituirsi in azienda (etimologicamente “cose da farsi”) come strumento per dare corpo alle azioni per costruire comunità su quei territori.
È una storia di difficoltà e successi, che oggi è arrivata a riguardare circa un terzo della popolazione della Lombardia, come si può vedere dalla scheda che segue.

  • 36 Aziende speciali socie
  • 26 di tipo consortile, in linea di principio tutte gestori di buona parte delle azioni del Piano di zona e tra queste 21 capofila del Piano di zona quindi gestori a responsabilità totale delle azioni dell’Ambito su 98 Ambiti territoriali
  • 511 Comuni associati, 1/3 dei Comuni lombardi
  • 3.014.872 abitanti come bacino di utenza quasi il 30% della popolazione lombarda
  • 214.279.751 milioni di euro di fatturato
  • 1.302 dipendenti (su 27 aziende censite) oltre un indotto di circa 2 volte il numero tra consulenti collaboratori, ecc per un totale di 3.000 operatori

2.b. Cosa preoccupa oggi NeASS Lombardia
La preoccupazione principale è il “collasso” del sistema.
Le aziende sociali, specie le consortili, nascono e sono per la gran parte responsabili della gestione associata di interventi e servizi sociali a livello dell’intero Ambito territoriale dei Comuni soci, e, se enti capofila del Piano di zona, con diretta responsabilità nell’attuazione del Piano di zona.
In tal senso, le aziende sociali non possono qualificarsi “strictu sensu” come enti di produzione (seppure make or buy) per conto dei propri Comuni, ma enti strumentali che, dentro il quadro della pianificazione che i loro Comuni determinano e definiscono a livello dell’Ambito territoriale, sono responsabili della organizzazione territoriale (governance tecnica) dei sistemi di welfare locale.
In questa veste il sistema delle aziende, in qualunque modo si collochi, come entità intermedia si trova sempre al “centro” di triangolazioni importanti e articolate tra lo Stato e ancor più la Regione, anche con le sue autonomie funzionali1 (ATS e ASST in alcuni casi), e il livello territoriale rappresentato dai Comuni, ancor più strettamente se soci delle aziende, e tutto il tessuto sociale degli organismi intermedi e di quello maggiormente rappresentato che va sotto il nome di Terzo settore.
Si tratta di una posizione che già in tempi di normalità presenta particolari complessità, legate alla necessità di continue azioni di aggiustamenti e di equilibrio, in ultima istanza, di composizione di interessi (non esclusi quelli delle aziende e dei loro Comuni) dei diversi soggetti in campo (shareholder e stakeholder), senza dimenticare il principale portatore di interessi che è il semplice cittadino.
Una posizione di centralità territoriale che, nel quadro attuale, dai contorni così marcati e drammatici, risulta alquanto” scomoda”, al limite della schizofrenia, per la necessità di guardare agli interessi di tutti; una situazione che, però, rischia di “stritolare” le aziende stesse, fino a pregiudicarne la sopravvivenza, al prezzo della grave perdita di un soggetto “responsabile”, per conto dei Comuni soci, dell’attuale organizzazione del sistema di welfare locale, mettendone di conseguenza a rischio la tenuta stessa.

2.c. Cosa può fare il sistema delle aziende associate NeASS Le riflessioni e le proposte che seguono sono legate, anche in questo caso, alla peculiarità lombarda e della lungimiranza in anni passati (soprattutto dagli anni 2000, ma anche nei recenti anni) dell’imprenditorialità lombarda di molti Comuni lombardi che, nell’esercizio della propria responsabilità sui servizi sociali, hanno cercato di immaginare forme e contenitori di gestione associata (dentro la cornice degli Ambiti territoriali “ottimali” di programmazione delle politiche sociali (Piani di Zona), tali da consentire di contemperare esigenze di economicità, efficienza ed efficacia aziendale con quelle di vicinanza e prossimità ai cittadini e nel rapporto “a giusta distanza” con le persone e le famiglie e le loro comunità locali.
Dentro questo quadro, sulla base di evidenze date dalle importanti esperienze maturate con tutti gli attori dei territori in cui le aziende associate operano e che ambiscono a divenire sempre più comunità, crediamo che in questo momento di grave difficoltà le aziende socie di NeASS, e la stessa associazione, possano e debbano continuare a mettere a disposizione il proprio patrimonio di conoscenze e relazioni acquisito in questi anni.
Crediamo quindi che in primo luogo vada d’ora innanzi ancor di più valorizzato il know-how delle aziende sociali, maturato nelle componenti e nelle dinamiche tipiche delle gestioni associate espresse in questi anni, mettendolo in campo a livello dei territori come metodo e sostanza in ciò che ci attende per il futuro post emergenza COVID-19.
Crediamo che si possa parlare senza timori di una tra le più significative “palestre” di governance territoriale del welfare locale. 1 Con autonomia funzionale si indica una tipologia di enti pubblici che si collocano in una posizione intermedia tra lo Stato e gli enti territoriali e si caratterizzano per avere come elemento costitutivo la rappresentanza di specifici interessi, introdotto per la prima volta da parte del legislatore con la legge n. 59 del 1997, all’interno del quadro di riforme che vanno sotto il nome del ministro Bassanini.
Riteniamo, in particolare, che le aziende consortili, abbiano svolto e possano ancor di più esercitare un ruolo di aggregazione territoriale e di organizzatore del sistema di welfare in senso ampio, come ad es.:
 assumere la regia di attuazione di un patto di “comunità” per la tenuta del sistema ma anche per la crescita nelle risposte alla ripresa, salvaguardando così il sistema di welfare;
 essere riferimento dentro un quadro di cosiddetta “solidarietà di filiera” che coinvolga tutti gli attori (stato, regioni, comuni, terzo settore) corresponsabili nel mantenimento dei sistemi di welfare integrati presenti sui territori;
 essere riferimento per i Comuni nell’integrazione delle azioni con il sistema sociosanitario e sanitario dentro un assetto territoriale a “giusta distanza”, cioè negli Ambiti territoriali, e come aziende consortili che già agiscono come aggregatori dei territori, essere di conseguenza meglio di altri facilitatori del rapporto tra sanità ospedaliera/territorio.
Nel nuovo scenario che l’emergenza odierna nata dal COVID-19 ci lascerà, si possono già evidenziare alcune linee di lavoro:  supportare il sistema di welfare nel passaggio dalla attuale emergenza sanitaria e di protezione civile di questa fase a una maggiore rilevanza delle dimensioni dell’emergenza sociale e della protezione sociale delle vecchie e nuove fragilità che si determineranno nel nuovo scenario;  contribuire ad individuare, anche grazie allo sguardo sul territorio che già contraddistingue la vita delle aziende, quali potranno essere i nuovi bisogni che sortiranno da questa emergenza nei prossimi mesi, andando ad identificarli e proponendo innovazioni e ricerca su nuove soluzioni che inevitabilmente si imporranno, perché “niente sarà più come prima”.
Le aziende e la loro associazione NEASS, nel merito di analisi e di condivisione sui nuovi bisogni, ritengono indubbiamente interessante che si aprano interlocuzioni utili anche con gli altri livelli e le altre organizzazioni rappresentative a livello regionale, sia della Regione che dei Comuni, delle Fondazioni e di Terzo settore, e comunque di tutti i soggetti chiamati alla sottoscrizione del PATTO di cui sopra; in tal senso, diventerebbe fondamentale che venisse assunto un maggiore grado di formalizzazione istituzionale del ruolo di aggregatore e organizzatore a livello dell’Ambito territoriale.

3. COSA FARE SUBITO
In questa fase diventa prioritaria la definizione di linee e indicazioni su come procedere a supportare i diversi attori del sistema di welfare locale.
Si potranno poi concordare sistemi e modi per poter contare in parte sui tempi di lavoro non utilizzati per un potenziamento futuro dei servizi, in una logica solidaristica, riflettendo con loro in modo concertato su cosa sarà più opportuno fare nel prossimo futuro.
Assicurare da parte dei diversi attori la volontà comune di riconoscere il quadro dei pagamenti previsti, rimodulandoli sulla scorta delle effettive situazione di sofferenza dei diversi soggetti gestori, è essenziale, ma lo è anche la capacità degli enti affidatari di non rimanere ancorati alle rigidità dei contratti di somministrazione previsti, per pensare un supporto alla collettività che aiuti la ripresa, in coerenza con quanto l’art. 48 prevede.
Sei indicazioni operative per affrontare al meglio la crisi sociale e sociosanitaria che si è delineata e che presto andrà affrontata:

  • NESSUNOsiSALVAdaSOLO_NeASS_aprile2020consentire a Comuni ed enti gestori dei servizi sociali la massima flessibilità nell’impiego delle risorse disponibili, sia per una maggiore rapidità nel dare risposta a bisogni emergenti della popolazione, sia per poter intervenire in ambiti oggi ancora non ipotizzati e ipotizzabili, che in un prossimo futuro potranno esprimere un alto livello di criticità; il dopo COVID comporterà di intervenire in un contesto sociale profondamente diverso da quello precedente alla epidemia, e ogni indicazione sull’utilizzo delle risorse finanziarie, prevista a suo tempo, rischierebbe di depotenziare inutilmente i sistemi di welfare locali;
  • procedere a una ragionata semplificazione nelle relazioni con i soggetti affidatari, non eludendo in alcun modo le norme della trasparenza e concorrenza, ma cercando di rendere più rapide, efficaci ed efficienti le decisioni, attraverso una maggiore flessibilità interpretativa, concertata, dei contratti in essere e in divenire;
  • pagare, da parte di chi ne ha responsabilità, quanto pattuito prima della crisi, in tempi corretti e certi;
  • invocare e prevedere norme amministrative che rispecchino l’eccezionalità assoluta del momento storico che il paese sta attraversando, nella garanzia della legalità ma anche della velocità di azione;
  • evitare di scaricare oggi i costi della crisi non solo sulle famiglie, che già li stanno sostenendo, ma anche su chi, lavorando per la P.A., non può onorare i contratti stipulati, perché una volta collassato il sistema, nessuno potrà ricostruirlo in tempi coerenti con le necessità della fase di ricostruzione post Covid 19

4. DALL’IMPATTO AL PATTO #NESSUNOSISALVADASOLO #DALL’IMPATTOALPATTO
Dentro questa cornice di senso del welfare lombardo, oggi sempre più welfare di comunità, e sempre più welfare come motore di sviluppo locale oltre che fattore di protezione sociale delle fragilità, a cui la drammatica vicenda odierna non potrà che portare alle fragilità già presenti una ulteriore amplificazione qualiquantitativa almeno nel medio termine, ci sentiamo di affermare che occorrerà passare dall’IMPATTO a tutti i livelli del COVID-19 ad un vero e proprio PATTO tra tutti i soggetti attori e protagonisti del welfare nei territori. Intendiamo in questo caso parlare di un PATTO tra tutti i protagonisti principali del sistema di welfare a livello territoriale, quindi la parte sociale in senso stretto; insieme di soggetti che tutte le persone e le famiglie che vivono nelle comunità territoriali incontrano in risposta ai loro bisogni, e che sono:  tutto il mondo delle formazioni sociali e intermedie previste in Costituzione, il mondo delle imprese e delle aziende, del Terzo settore in senso largo – dalle coop. alle fondazioni all’associazionismo di varia natura – sino alle libere organizzazioni di cittadini, così come gli enti riconosciuti delle confessioni religiose e le loro organizzazioni, ecc.  i Comuni singoli e/o associati negli Ambiti territoriali,  le loro Aziende sociali, qualora questa sia la forma prescelta. A questi evidentemente si associano poi, per le parti di responsabilità connesse, le ATS, le ASST, il sistema sanitario regionale e i vertici stessi della Regione Lombardia.

5. I PROBLEMI SUL TAPPETO
5.a. Le prossime sfide per chi si occupa di welfare
La fase due dell’epidemia potrà avere inizio, tutti ci auguriamo, tra qualche settimana, e questo significa che il sistema di welfare locale sarà chiamato, a breve, a un grandissimo sforzo organizzativo, dovendo farsi carico di una molteplicità di problemi:
– dare assistenza alle persone fragili che oggi, per le necessità connesse con le norme anti-contagio, sono affidate integralmente alle famiglie;
– riprendere le attività di supporto a persone che necessitano di aiuti professionali, oggi diradati o addirittura interrotti (disabili, anziani non completamente autosufficienti, minori a rischio, ecc.);
– supportare nuove fragilità sociali, direttamente derivanti dalla crisi economica che già sta manifestando i suoi primi effetti;
– supportare nuove fragilità in nuclei familiari colpiti dal decesso di uno o più componenti, spesso punto di riferimento affettivo e/o economico;
– supportare un sistema sanitario molto provato, affiancandolo nella cura a domicilio di tutti i casi che non avranno immediato bisogno di ricovero, e che spesso riguarderanno persone anziane o a rischio sociale.
Tutto questo assicurando al territorio la possibilità di riprendere le attività produttive, avendo la certezza che i servizi alla persona riprendano la loro quotidianità.
In questo quadro complesso andrà attentamente riconsiderato anche il tema della rete delle R.S.A., oggi oggetto di una particolare attenzione mediatica.
Una riflessione di prospettiva su come immaginare il futuro di questa delicata rete, anche nel quadro nuovo del ripensamento complessivo della rete ospedaliera e territoriale destinato certamente ad aprirsi nei prossimi mesi. Una riflessione aperta proprio per non disperdere un enorme capitale di conoscenza, umanità e dedizione verso gli anziani che caratterizza queste strutture, da sempre a ragione considerate una eccellenza lombarda. Prevedendo anche la ovvia dimensione nazionale, perché il recente Piano per la Non Autosufficienza (DPCM 21 novembre 2019 Piano nazionale per la non autosufficienza triennio 2019-2021) ha di fatto posto al centro proprio questa criticità, cioè quella dell’esigenza di un quadro programmatorio nazionale coerente sulla non-autosufficienza e della definizione di modelli nazionali di riferimento che definiscano con chiarezza Unità d’Offerta e Livelli di Prestazione comuni.

5.b. Gli attori del Welfare territoriale in sofferenza
In questa situazione le organizzazioni che si occupano di servizi alla persona, cooperative sociali, associazioni, sono quasi ferme, in stand by, con tutti i problemi che una interruzione della produzione così lunga comporta.
Esiste un problema finanziario, uno organizzativo e uno legato al mondo del lavoro.
Questa crisi, anche nel mondo non profit, rischia di avere ripercussioni molto più pesanti proprio nei confronti della parte più fragile del mondo del lavoro, dato che i primi a saltare sono proprio gli operatori meno strutturati.
Esiste un concreto rischio che, allungandosi la crisi, molti operatori perdano il lavoro, così come probabilmente avverrà nel sistema produttivo in generale.
Con due problemi molto gravi: un crollo del reddito per gli operatori che perderanno il posto, e una diminuzione della capacità della rete di welfare di assistere le persone in difficoltà.
Le aziende speciali e consortili si sono trovate a dover ridefinire rapidissimamente il proprio modello organizzativo, sia attivando modalità di lavoro in remoto per dare continuità alle attività ordinarie, sia per strutturare interventi immediati di supporto all’emergenza sanitaria e sociale.
Il pericolo concreto da scongiurare in questa fase dell’emergenza è innanzitutto la perdita delle capacità complessiva di risposta del welfare locale, a fronte di scenari sociali e di bisogni in forte mutamento.
La difficoltà finanziaria degli Enti Locali è nota, e in questo momento, sia da parte dello Stato sia da parte della Regione Lombardia deve essere assicurata grande attenzione per evitare di acuirla, rischiando di compromettere uno dei motori fondamentali delle politiche pubbliche necessarie per la ripresa sociale nei territori.
Sono ben noti gli sforzi economici della Regione per far fronte a spese sanitarie impreviste e molto ingenti, ed è certa una particolare attenzione alle politiche di sostegno sociale che Comuni e Aziende metteranno in atto, motivo per cui NeASS vuole soffermare l’attenzione su un passaggio decisivo nella gestione della crisi post COVID: la possibilità di intervenire a livello territoriale con la massima flessibilità possibile. Ipotizzare a tavolino quali potranno essere i bisogni della popolazione più fragile, dopo un evento che non ha precedenti al mondo, è impossibile e illusorio, molto utile sarebbe, invece, se Regione potesse affiancare e supportare i livelli territoriali, in primis i Comuni, in una continua opera di analisi e confronto sulle nuove emergenze sociali.
In questo senso sarebbe particolarmente opportuno che le risorse messe in campo a livello nazionale o regionale, potessero essere impiegate sui territori senza alcun vincolo predefinito, con una continua interazione tra la Regione e i soggetti chiamati a gestire le politiche di welfare a livello locale rispetto ai risultati dei diversi interventi svolti.
È poi importante che, in questa fase, nessuno dei soggetti in campo ceda alla tentazione di percorrere la via di un immediato sollievo alle proprie difficoltà finanziarie, come pensare di poter ricavare oggi risparmi economici dal completo mancato riconoscimento di quanto concordato con gli enti gestori per servizi non svolti a causa del distanziamento sociale, poiché a fronte di qualche risparmio o guadagno nel breve periodo, si rischierebbe di distruggere parti decisive di un sistema di welfare locale già in sofferenza, proprio prima di chiamarlo a uno sforzo imponente di ripresa. In altri termini, con una immagine figurata, potremmo dire che, se non si interviene adesso, si rischia di far chiudere le “rianimazioni sociali” subito prima di averne bisogno.
Uno dei primi nodi da affrontare è quindi sicuramente il tema della copertura economica dei servizi in queste settimane di emergenza (fra sospensioni, chiusure e rimodulazioni di interventi): un aspetto presente fra l’altro nell’art.48 del Decreto Legge 18 del 17 marzo 2020, all’attenzione del Parlamento in questi giorni.
Un problema che andrà affrontato nel concreto, territorio per territorio, e soprattutto servizio per servizio, con una lettura attenta e concertata delle diverse situazioni territoriali e delle diverse modalità gestionali dei servizi.
Essenziale in questa situazione è il riconoscimento della cumulabilità tra gli istituti della cassa integrazione e del FIS (risorse statali) con la quota compensativa che dovrebbero erogare i Comuni per la quota di servizi sospesi: una filiera solidale e un patto che unisce le istituzioni per “sortire insieme” da questa terribile condizione. Si tratta di uno strumento di intervento così importante e delicato da indure a credere che sarebbe opportuno un intervento coeso dei soggetti gestori per chiedere che questa possibilità possa essere con chiarezza riconosciuta a livello legislativo,
Questo nell’ottica comune di non rischiare di ammazzare oggi le uniche organizzazioni che domani, in fase due, potranno smorzare le criticità della crisi sociale ed economica e che in fase tre potranno supportare l’auspicata ripresa.

5.c. Una VISIONE COMUNE per costruire INSIEME FUTURO
Oggi a pagare il conto sociale del Covid 19 sono innanzitutto le famiglie, chiamate a sostituire molti servizi che non possono essere erogati, con Regione e Comuni che hanno in bilancio servizi che non vengono svolti.
Il problema è quello di porsi tutti in una cornice straordinaria: quella di sostenere i sistemi di welfare locale, ben oltre il paradigma “prestazione – pagamento”, all’interno del quale il terzo settore è l’anello più debole della catena.
Non possiamo permetterci la crisi di tutto un patrimonio di competenze, di relazioni, di alleanze, di capacità di lettura dei bisogni territoriali, che sono il vero valore aggiunto dei sistemi locali di servizi
Si tratta di assumere quale quadro di riferimento una “solidarietà di filiera” che coinvolga tutti gli attori (Stato, Regioni, Comuni, Terzo settore) corresponsabili nel mantenimento dei sistemi di welfare integrati presenti sui territori.
Il problema vero pertanto è quello di evitare di trovarci di fonte alla crisi derivante da un sistema di welfare in cui alcuni o molti erogatori non siano più in condizione di intervenire sul territorio in tempi rapidi.
Ricostruire un welfare locale richiede tempi lunghi: in una situazione di post crisi sanitaria, e piena crisi sociale e assistenziale, è l’ultima cosa che possiamo permetterci di fare.

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